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Food & Drink

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La Manteca o Burrino

I sapori ritrovati

Dai salumi alle birre artigianali, passando per i formaggi, i vini, gli oli. Nel campo enogastronomico l’eccellenza Made in Italy non ha rivali. Primo paese europeo per il numero di prodotti riconosciuti con le sigle DOP, IGP e STG, l’Italia, infatti, è da sempre sinonimo del mangiar bene: la nostra è la cucina più rinomata al mondo e propone da Nord a Sud un’incredibile varietà di prodotti tipici, piatti e ricette diverse per ogni Comune, Provincia, Regione.
E’ proprio la passione per la cucina che mi ha portato in questi anni ad effettuare, nel mio piccolo, continue ricerche ed approfondimenti sull’immensa varietà dei prodotti tipici da utilizzare per le mie preparazioni. Nasce tutto da qui…dalla conoscenza. Il piacere del palato diventa strumento di conoscenza: i sapori e gli odori della cucina raccontano la storia e le culture delle società del Pianeta.
Vorrei, quindi, dare il via a questa sezione, dedicata per l’appunto ai prodotti tipici Italiani, con un prodotto che ahimè non è più reperibile facilmente nei piccoli negozi di alimentari e che possiamo trovare soltanto in qualche caseificio d’eccellenza. Dopo vi dirò anche dove…

Ebbene…tra le tante specialità casearie che arricchiscono la tradizione gastronomica del nostro territorio, c’è la manteca, un formaggio prodotto non soltanto in Puglia ma anche in Basilicata, in Calabria e in alcune aree della Campania. Il suo nome fa pensare subito al risotto e alle mantecature fatte con il burro. In effetti, questa conclusione non è del tutto sbagliata, come vedremo in seguito, scoprendo meglio le caratteristiche di questo formaggio.
Il suo ricordo è legato ai sapori, ai colori che hanno caratterizzato la mia infanzia ed alla sua fuggevole reminiscenza. Non saprei dirvi, con precisione, da quanti anni non mangiavo un pezzetto di questo “formaggio” che racchiude in se tutti i profumi della lavorazione del latte. L’odore ricorda per l’appunto la latteria ed il sapore è delicato e gradevolmente dolce.
Fortunatamente, di recente, ho avuto modo di poterlo gustare grazie ad un amico, Giovanni Croce (che a dire il vero non so se sia contento che lo abbia menzionato), che peraltro è anche un maestro Visualfoodist. Ovviamente Giovanni non poteva farmi assaggiare una manteca qualunque…ma una signora manteca. Quella di cui vi sto parlando è dell’Azienda Agricola Colantuono, l’unica a praticare la transumanza lungo i tratturi: ogni anno spostano la loro mandria, composta da più di 500 vacche di razza Podolica, dal Molise alla Puglia a 1.400 metri, avendo a disposizione due strutture agricole, una ad Acquevive di Frosolone (in provincia di Campobasso) ed una a San Marco in Lamis in Puglia – sul Gargano (la foto è dell’Azienda Agricola Colantuono).
La loro manteca, prodotta sin dal XIX secolo sulla base di esperienze che risalgono al XVII secolo, ha ottenuto nel 2013 il Premio Associazione stampa estera in Italia.

Cos’è la manteca e quali sono le sue origini?

Trae origini dalla lingua spagnola (manteca, che significa per l’appunto burro) con chiari riferimento a quella latina (mantica, nel senso di involucro di pelle). Con questo termine si indica un formaggio caratterizzato da un involucro di pasta di scamorza (la cui forma è quella di un fiaschetto) e un vero e proprio cuore di burro (ottenuto da panna di centrifuga del siero), caratteristica quest’ultima alla quale si deve anche un altro nome regionale con il quale si definisce questo prodotto caseario, vale a dire, burrino. Ad onor del vero, però, va detto che il ripieno della manteca può anche essere composto da crema ottenuta dalla ricotta unitamente alla panna.
La manteca altro non è – come nel caso della burrata, seppure in tempi ben più remoti – che frutto dell’inventiva dei casari delle terre del Mezzogiorno, la cui unica necessità fu di individuare una soluzione per conservare correttamente il burro. La loro lungimiranza li portò ad identificare nel “sacchetto” di pasta filata di scamorza, una sorta di antenato del sottovuoto, la soluzione per riporre all’interno il burro. Geniale!!! Possiamo quindi affermare tranquillamente che, in questo caso, ci troviamo di fronte ad una sorta di soluzione per la conservazione del burro che si è poi dimostrata una specialità gustosa e irrinunciabile per tanti palati raffinati.
Oggi però, sebbene l’idea di conservare il burro sigillato in una crosta di formaggio non abbia più alcuna ragione d’essere, la manteca continua a venir prodotta proprio in virtù dell’alta considerazione di cui gode.

Per la preparazione della manteca (che avviene durante tutto l’anno), è necessario prima di tutto riscaldare del siero di latte vaccino fino alla temperatura di 72 gradi, dopodiché, lo stesso viene poi privata delle gocce, sottoposto a centrifugazione e, infine, lasciato sgrondare. Alcuni casari per ottenere il burro usano lavorarlo con rapidi, forti e ripetuti “schiaffeggiamenti” (palmo della mano contro palmo della mano) con cui  fanno espellere l’acqua residua.
In seguito, si creano delle piccole palline che vengono riposte in frigorifero perché si possa ottenere il burro. Queste piccole sfere sono poi avvolte con i caratteristici “sacchetti” di pasta filata, proveninete dalla lavorazione del Caciocavallo, che devono poi aderire al burro senza che si possano formare bolle d’aria. Un bravo casaro riesce a lavorare la pasta per la manteca sino a renderla sottile anche solo pochi millimetri. La sacca è quindi sigillata all’apice e sistemata in acqua calda (fino a 90 gradi di temperatura). Successivamente, si procede con la salamoia e, quindi, la si lascia maturare appesa, per almeno una settimana, in luogo asciutto; trascorsa la quale ha luogo la stagionatura che dura fino a un paio di mesi. Questo tipo di lavorazione gli assicurerà una conservazione naturale che raggiunge i dodici mesi.

La manteca può essere assaporata come specialità a sé stante. In alternativa, tagliata in senso trasversale per ottenere fette rotonde, potrà essere degustata con bruschette calde (possibilmente di pane di Altamura cotto a legna sulle “chianche”) spalmando il cuore di burro dal sapore leggermente salato. È una ghiottoneria fino ad oggi conosciuta solamente da pochi buongustai. Si accompagna perfettamente con le pere ma anche con verdure grigliate come peperoni, melanzane e pomodori, oltre che con insalate o patate bollite calde.

 

ABBINAMENTO: vi consiglio di degustarlo con vini bianchi morbidi e di media struttura.

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Birra Alta Quota – Tiberia

Nasce nel 2010 a Cittareale, in provincia di Rieti, il laboratorio sperimentale di birra artigianale Alta Quota da una brillante, quanto audace, idea di Claudio Lorenzini, che con entusiasmo e determinazione ha saputo trasmettere passione e serietà a tutti coloro che si dedicano, in forme diverse ma sempre con grande slancio, dedizione e fedeltà, al consolidamento del birrificio.
Connubio ideale con la fantasia, l’estro, la passione e l’intuito dell’emergente mastro birraio Andrea che, libero dalle costrizioni dettate dalla tradizione, si è lanciato in temerarie sperimentazioni caratterizzate dall’impiego di materie prime a volte insolite ma sempre di eccellente qualità; l’alchimia tra i due fratelli ha portato, in breve tempo, questa piccola ma intraprendente e creativa realtà artigianale e le loro birre alla ribalta nazionale, riscuotendo il gradimento del pubblico laziale e del resto d’Italia.
Per le loro creazioni utilizzano l’acqua che si riversa nell’Alta Valle del Velino che fa della birra artigianale Alta Quota un capolavoro di raffinato equilibrio gustativo.
L’Alta Valle del Velino è un luogo dove l’acqua sgorga pura, limpida e cristallina.
Questo luogo esiste! Proprio a Cittareale, nella terra che ha dato i natali a Tito Flavio Vespasiano. Lì, tra atmosfere d’altri tempi, sorge il Birrificio Alta Quota. I legami che uniscono l’arte birraia di Alta Quota ed il territorio dell’Alta Valle del Velino sono molto stretti.
Ma possono contare anche su di un’altra materia prima d’eccellenza…il farro; coltivato in loco e che conferisce alle birre tipicità e valore aggiunto, consentendo di esaltare ancor di più l’identità del territorio cittarealese.
Quelle che realizzano sono birre non pastorizzate, non filtrate e rifermentate in bottiglia senza aggiunta di conservanti e additivi. La gasatura è quindi naturale e questo conferisce alla birra una migliore digeribilità. Quindici le birre attualmente in produzione continua alle quali si affiancano le birre stagionali prodotte con ingredienti rigorosamente legati al territorio e metodo totalmente artigianale.
Un’ultima chicca…all’interno del birrificio troverete anche l’Osteria, arredata con materiale di riciclo; un ambiente accogliente e funzionale dove potrete degustare tutte le birre accompagnate da genuini prodotti del territorio.
Sostare all’Osteria significa entrare in contatto con lo stile di vivere “Alta Quota”.
Nata dall’idea di Claudio e della moglie Emanuela, con l’intento di ricreare una vecchia osteria, il locale racchiude passione, fantasia, follia, fascino e determinazione.

Il loro slogan: “Facciamo innamorare”; non è riferito solo ai loro prodotti ma anche al territorio che li ospita.

Tiberia

è una birra ad alta fermentazione prodotta con sedano bianco di Sperlonga che le conferisce un sapore moderatamente aromatico. Dal colore biondo ambrato con leggere sfumature verde chiaro. Al naso offre un bouquet ricco di sentori vegetali intensi ed avvolgenti.
È un incontro di gusto tra mare e montagna per una birra artigianale che regala il sole della costa e la limpidezza delle sorgenti pure di alta quota.
Magnifica come aperitivo è anche una ottima e versatile birra da pasto. Trova la sua ideale vitalità con i crudi di pesce, i formaggi freschi ed i piatti della tradizione della cucina di mare italiana.